Energia, la liberalizzazione del mercato ha portato prezzi più alti, lavoro sottopagato e inquinamento

Tra gli addetti ai lavori nessuno ha il coraggio di dirlo, almeno non apertamente e meno che mai su LinkedIn, dove è sempre d’obbligo sorridere, parlare una lingua manageriale incomprensibile e tessere le lodi del libero mercato – anche quando i risultati delle liberalizzazioni costano cari alle persone e alle piccole imprese -, ma i dati ci dicono che la liberalizzazione del mercato dell’energia ha prodotto nel nostro Paese solo danni.

Famiglie e imprese si trovano di fronte ad una marea di fornitori e di offerte: si gioca sui centesimi, ma non c’è risparmio. La Relazione Annuale ARERA certifica che “anche nel 2025, per tutte le classi di consumo domestico, i prezzi delle offerte di mercato sono risultati superiori a quelli del servizio protetto“.

La liberalizzazione non ha prodotto il risparmio economico atteso e continuerà a non produrlo. In compenso ha fatto e continuerà a fare danni sotto il profilo sociale e ambientale.

Allargando l’analisi dal semplice costo della bolletta a una valutazione macroeconomica, sociale e ambientale, il bilancio della liberalizzazione energetica è drammatico.

I benefici sono andati a una ristretta cerchia di attori (intermediari, trader, agenzie di marketing), mentre i costi sono stati scaricati sulla collettività, sui lavoratori e sull’ambiente.

1. Il costo sociale: la fabbrica del precariato e del lavoro sottopagato

La liberalizzazione ha creato posti di lavoro, ma la quasi totalità di questi è legata alla fase di acquisizione del cliente e non alla produzione di energia o all’innovazione tecnologica.

Lavori a basso valore aggiunto: si è creato un “esercito” di venditori porta a porta, operatori di call center e agenti commerciali. Lavori non qualificati, caratterizzati da alta precarietà, paghe legate esclusivamente a provvigioni, ritmi stressanti e altissimo ricambio.

La filiera delle vendite è stata spesso esternalizzata tramite cooperative o subappalti di secondo e terzo livello, erodendo i diritti dei lavoratori e abbassando la qualità media del posto di lavoro nel settore dei servizi.

2. Il marketing aggressivo: un costo occulto per la società

Per sopravvivere in un mercato iper-frammentato, le aziende hanno investito cifre enormi in marketing per “rubare” clienti alla concorrenza, generando costi occulti per la collettività:

  • Attrito sociale e truffe: le pratiche aggressive (telemarketing insistente, porta a porta ingannevole, contratti cambiati di nascosto ai danni di anziani o persone vulnerabili) hanno generato un enorme disagio sociale.
  • Costi di regolazione: lo Stato e i cittadini hanno dovuto sobbarcarsi i costi per creare e mantenere enti di controllo e il Registro delle Opposizioni, solo per arginare un fenomeno di “disturbo” di massa creato artificialmente dal mercato.
  • Duplicazione degli sforzi: in un regime di monopolio pubblico dei servizi essenziali, il costo di acquisizione del cliente è zero (il cliente si allaccia e basta). Nel mercato liberalizzato, decine di aziende spendono risorse per vendere lo stesso identico prodotto (l’elettricità è una commodity indifferenziata). Questa duplicazione è una pura perdita di risorse per il sistema Paese.

3. L’impronta ambientale (CO2) della “macchina commerciale”

L’aspetto ambientale è forse il più trascurato, ma estremamente rilevante se si guarda all’efficienza sistemica:

  • Emissioni da mobilità: migliaia di venditori che si spostano quotidianamente in auto o motorino per il porta a porta generano un volume di CO2 enorme per vendere un contratto che, come abbiamo visto, spesso non porta alcun risparmio reale.
  • Consumo energetico degli uffici: l’enorme apparato di call center, server per i database dei clienti, e infrastrutture IT duplicate (ogni fornitore ha il suo) consuma elettricità che, in un sistema centralizzato e digitalizzato, sarebbe drasticamente inferiore.
  • Spreco di materiali: la mole di carta stampata per brochure, volantini e contratti fisici (spesso poi cestinati o oggetto di recesso) genera rifiuti e consumo di risorse.

Il bilancio della liberalizzazione dei mercati energetici appare profondamente sbilanciato: pochi ci hanno guadagnato, tutti gli altri sono stati danneggiati.

Chi ci ha guadagnato: gli intermediari commerciali, le agenzie di marketing, i trader finanziari che speculano sui prezzi all’ingrosso e i legali specializzati in contenziosi energetici.

Chi ci ha perso:

  • i consumatori finali, che non hanno visto riduzioni strutturali delle bollette (le tasse e gli oneri di sistema rimangono la voce principale, ma anche i prezzi della materia prima sono aumentati) e hanno subito stress e tentativi di truffa.
  • i lavoratori, impiegati in una catena di montaggio commerciale logorante e precaria.
  • l’ambiente, che ha assorbito le emissioni di un apparato commerciale ridondante, inefficiente e concretamente inutile.

Se l’obiettivo della liberalizzazione era creare un mercato più efficiente, innovativo e verde, il risultato pratico in Italia è stato in gran parte la finanziarizzazione e commercializzazione del mercato. Si è creata una gigantesca “rendita di intermediazione”.

Il sistema ha generato un’attività economica frenetica (vendite, marketing, call center) che però, in termini di vera ricchezza prodotta, utilità sociale e sostenibilità ambientale, si è rivelata parassitaria e inefficiente, bruciando risorse (lavoro umano, tempo, CO2) per spostare clienti da un fornitore all’altro senza alcun reale beneficio per il sistema Paese e per gli utenti.

Forse proprio chi lavora nel settore ed è un ingranaggio di questa macchina infernale che precarizza le vite e distrugge l’ambiente dovrebbe iniziare a tirare le somme.

Mattia Da Re

Pubblicato da Mattia Da Re

perdigiorno acchiappafarfalle / radicale / clubber

Lascia un commento